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Ifriqiyya Electrique live show at UniSa

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Arci Mumble Rumble & SuiGeneris UNISA presentano
martedì 21 maggio 2019, presso le residenze universitarie dell’Università degli Studi di Salerno, dalle 21.00

IFRIQIYYA ELECTRIQUE live show
Post Industrial Ritual from Sahara Desert, Tunisia

Ad accompagnarci in questo viaggio musicale tra mondi lontani prima e dopo lo show ci saranno
Cypriot e la sua selezione afrobeat
&
la Salerno Reggae Family feat Youthman

#ingresso gratuito


«Il mio lavoro è guidato verso l’altitudine, il sudore, il sangue, la poesia e le lacrime – non verso una bella cartolina di colore». – François R. Cambuzat

Sconosciuto ai più ma ben noto agli amanti dell’underground libero e anticonformista per antonomasia, il nome Putan Club fa la sua comparsa nella seconda metà degli anni 90 quando, su idea di François Cambuzat, nasce questa sorta di “gruppo di resistenza” antitetico a tutto quello che lega musica, arte e mercato, teso a espandere la libertà d’espressione dei musicisti verso altre forme d’arte non direttamente legate all’uso proprio di uno strumento. Dopo l’esperienza con Lydia Lunch (da cui l’originale nome Lydia Lunch’s Putan Club), la formazione si consoliderà in un duo composto dallo stesso François Cambuzat e dalla bassista Gianna Greco, coppia inseparabile che si caratterizzerà non solo per lo stile multiforme tra rock, elettronica, techno e industrial e per il rifiuto dell’omologazione e dell’appiattimento verso le più comuni logiche commerciali ma anche per spettacoli live originali, diretti, violenti ma appassionati, con i due a mescolarsi tra il pubblico, girovagare lontano dal palco, scambiarsi sguardi, interagire con la gente in una sorta d’improvvisato rito erotico.
Facciamo però un passo indietro prima di buttarci in questo “Rûwâhîne”; François Cambuzat è la mente dietro al progetto Putan Club ma tale nome dovrebbe aver smosso gli animi dei più attenti di voi appassionati di avanguardie e sperimentazioni. Cambuzat, da non confondersi col più noto Amaury fondatore degli storici Ulan Bator, è lo stesso François che, negli anni 80, fondò la band The Kim Squad, icona per gli amanti delle più coraggiose compagini italiche e il collettivo italo-franco-olandese avant-folk Il Gran Teatro Amaro e quindi l’experimental band L’Enfance Rouge, prima del suo incontro con l’artista multimediale Vincent Fortemps e l’avvio del progetto Putan Club, contraddistinto da un forte legame con l’Africa, il mondo arabo e il Mediterraneo.
Saranno proprio i Putan Club a dare il via a questo nuovo progetto denominato Ifriqiyya Electrique, che vede protagonisti, oltre ai due, musicisti legati ai rituali di possessione, tradizioni molto note e diffuse in Tunisia, in Nigeria e in altre zone del continente ma collegate, come avrete intuito, anche a riti simili propri della stessa Italia del Sud, terra d’origine di Gianna Greco. Ifriqiyya Electrique non è dunque il nome di una band quanto piuttosto il moniker di una vera e propria cerimonia adorcista (che dunque mira a favorire l’interazione con entità positive) post-industriale in cui s’incrociano le chitarre e le contaminazioni elettroniche proprie dei Putan Club, con i riti di trance e possessione di membri del Rituale Banga del deserto del Sahara in Tunisia. Se pertanto lo scopo è di allontanare le entità malefiche attraverso musica, canto e danza, l’uso estremo e distorto di elettronica e chitarre elettriche, in armonia con la ripetitiva tribalità ritmica e lirica, non farà altro che dare maggior forza al tutto, con un crescendo d’intensità manifesto e incisivo. Nella sua lunga fase di elaborazione, Ifriqiyya Electrique è stato anche di più di tutto quanto descritto; un’impresa multimediale in vetrina in zone come il pieno del deserto del Sahara in cui la musica era solo uno dei protagonisti tanto che le riprese di quanto ha ruotato attorno alla realizzazione, quindi anche processioni, rituali e cerimonie di trance, sono diventate un film che è parte costitutiva dello spettacolo. Un’opera che non si limita alla sua essenza musicale, pur essendo di valore assoluto anche in tal senso, ma che acquista potenza nella sua totalità, nella visione delle immagini che la accompagnano, nella scoperta dei suoi momenti compositivi. Un’opera che, non solo riesce a dare vigore a quel processo di sviluppo, trasmutazione e amplificazione dell’anima attraverso la purificazione, ma che unisce anche due mondi apparentemente lontani come la tradizione africana con la sua aura magica e la modernità fredda del Vecchio Continente, rilevando la vicinanza e favorendo una contaminazione non solo possibile ma anche produttiva.
Dopo tanti anni passati in un’oscurità voluta alla mercé dei soli pochi curiosi e degli spiriti più aperti e coraggiosi, con un’impresa di tale fattura non c’è che augurarsi un aumento considerevole della schiera dei seguaci del “culto” dei Putan Club, nelle sue mille sfaccettature.

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