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Hugo Race in concerto

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HUGO RACE (da Melbourne, Australia) è un cantante, autore e produttore di fama internazionale. Membro fondatore dei Bad Seeds di Nick Cave (con cui ha girato il mondo e suonato in cinque album) e della cult-band The Wreckery (riunitasi nel 2008 in occasione di un tour nazionale e di un album retrospettivo), Race è approdato in Europa sul finire degli anni ’80 e qui ha dato vita ai True Spirit, band con la quale ha pubblicato ben 14 dischi in studio (l’ultimo è del 2008 ed è uscito su Glitterhouse).Ha vissuto in Italia (dove ha prodotto dischi di Cesare Basile, Micevice e suonato in quelli dei La Crus), Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti e ha messo in piedi una miriade di progetti nei quali dà sfogo ad una vena creativa inesauribile che attraversa (e confonde) rock, blues, elettronica, psichedelia e musica etnica. In particolare segnaliamo: Sepiatone, in coppia con la cantante siciliana (ora residente a Berlino) Marta Collica; autori finora di due album, il prossimo uscirà ad inizio 2013 (su Interbang); Merola Matrix, esperimento multimediale “irriverente”, uscito per l’italiana Desvelos; il supergruppo europeo Songs With Other Strangers (con John Parish e Stef Karlens dei dEUs); Dirtmusic, progetto interculturale con gli americani Chris Eckman (Walkabouts) e Chris Brokaw (Come, Codeine) e il gruppo Tuareg Tamikrest.

Il disco d’esordio, BKO (Glitterhouse), è stato registrato a Bamako, Mali, ed è uscito nel 2010, piazzandosi nelle classifiche di fine anno di tanta stampa specializzata. Il seguito è stato appena registrato (a settembre, ancora nella capitale maliana) e in questo momento è in corso di missaggio. Il più recente disco di Race è il solista “No, But It’s True”, raccolta di love songs pubblicata nel 2012 da Rough Velvet Records/Vice Versa.Fatalists è il progetto di Hugo Race, con Diego Sapignoli e Antonio Gramentieri (ideatore del bellissimo festival Strade Blu) dei Sacri Cuori, che ha riportato all’attenzione dei media e del pubblico internazionale questo cantautore rock tanto profondo e raffinato quanto graffiante e travolgente.In occasione del primo album coi Fatalists la Satori lo ha invitato insieme alla violinista statunitense Vicky Brown (Calexico, Steve Wynn, ecc.) e ai Sacri Cuori per un concerto memorabile all’Iroko Content. In occasione del secondo album “We never had control” la location sarà il Mumble Rumble sempre coi Sacri Cuori che regaleranno un assaggio del nuovo lavoro e con i “nostri” Maybe I’m ad aprire la serata con il nuovo album Homeless Ginga che è una bomba.http://hugoracemusic.com/

Hugo Race Fatalists
“We Never Had Control” (2012)

“L’australiano Hugo Race e gli italiani Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli (nucleo storico dei Sacri Cuori) ci hanno preso gusto: incorporano il titolo del disco d’esordio (“Fatalists”, uscito a firma del solo Race un paio d’anni fa) nella sigla del progetto, formalizzando una collaborazione che è innanzitutto forte sintonia umana e artistica, e danno alle stampe – vinile su Interbang e cd su Gusstaff/Interbang – un nuovo brillante episodio di artigianato rock fatto con e per il cuore.

Il risultato è un lavoro organico e omogeneo, quasi una sorta di concept in cui i brani, come lo stesso Race racconta, condividono la “fatalistic vision of a world gone wrong whose single saving grace is the power of love”.

Gli elementi tipici della ricerca sonora di Race ci sono tutti, in armonioso equilibrio: folk-blues e desert-rock arsi dal sole che calibrati innesti di elettronica notturna rendono foschi ed enigmatici. La voce di Hugo è un marchio di garanzia e in più di un’occasione mette i brividi addosso: confidenziale intima e dolente negli episodi più rarefatti, si fa tagliente e rabbiosa quando i ritmi si intensificano e sembra evocare una possibile via di fuga dal “mondo andato a male” di cui sopra.”

RECENSIONI
“Chi è Hugo Race? La vita di questo musicista australiano è un romanzo. Negli anni ottanta fonda con Nick Cave i Bad Seeds. Dopo una breve avventura di quattro anni (tra il 1984 e 1988) con i Wreckery, dà vita ai True Spirit (inventando un nuovo sound tra blues e psichedelia, si parla di Industrial–trance- blues). Nel 1995 ritorna a collaborare con Nick Cave per il disco Murder Ballads. Mai stanco, lascia Berlino e va a vivere a Catania dove trova il tempo di mettere lo zampino come produttore discografico in dischi come Ballate per piccole iene degli Afterhours e Closet meraviglia di Cesare Basile. Si impegna in altre numerose collaborazioni, ovvero i Sepiatone con Marta Collica e i Dirtmusic (‘BKO’) con Chris Brokaw e Chris Eckman, arrivando a suonare al Festival Au Desert di Timbuctu nel Mali… 2011, è uscito il suo nuovo disco Fatalists che ha realizzato con l’ausilio di Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli (Sacri Cuori), Erik Van Loo (Willard Grant Conspiracy) e Vicki Brown (Calexico). Insomma siamo davanti ad una leggenda del rock-blues moderno, in Hugo Race scorre il mistero e la magia del deserto notturno.”
Vladimiro Vacca | 29 Dec 2010 | Lost Highways

“Hugo ha pubblicato una valanga di dischi, cambiando sigle, cambiando musica, residenze e codici di avviamento postale. La musica venuta fuori e un costante work in progress; dischi che muovono dal blues, quello vecchio, lo spalmano con mille esperimenti, in mezzo a crepitii elettronici e riff sporchi. Dischi che carezzano atmosfere nerissime, come I romanzi hard boiled, con la voce di Hugo che racconta roca. Dischi capaci di sovvertire la tradizione come pochi, senza mai mancarle di rispetto.”
Marco Sideri | Dec 2010 | Blow Up

“Hugo Race si consegna tra le braccia della classicità senza tempo, quella dei cantautori americani in cui interrogativi, confessioni e confidenze incontrano gli spazi sconfinati e dove perfino una Where You Did Sleep Last Night, il classico fifties di Leadbelly può rivivere dopo esser stata ‘posseduta’ dai Nirvana con un titolo meno coreografico, In The Pines…Race è quasi onirico, metafisico nei confronti di una realtà e di una narrazione poetica fatta di intangibile materia. Senza ombra di dubbio questo album sarà tra i primi nella mia playlist di fine anno.”
A.Giulio Magliulo | Dec 26, 2010 | Freakout

Rosario – Sacri Cuori – Decor records
“Gli Emiliani Sacri Cuori incarnano musicalmente, alla perfezione, il luogo geografico con cui Francesco Guccini aveva intitolato un suo celebre album dal vivo : “Fra la Via Emilia e il West”. Il loro secondo album “Rosario” è talmente bello che ci rende orgogliosi di essere loro connazionali e ci fa però chiedere “com’è che la stampa musicale nazionale specializzata non ha ancora celebrato degnamente un gruppo di tale valore?” In questo secondo album i nostri sono riusciti a coinvolgere molti ospiti internazionali di indiscusso valore come Jim Keltner (Stones, Dylan, Beatles) David Hidalgo (Los Lobos) Isobel Campbell, John Convertino (Calexico), Stephen McCarthy (Long Ryders) Woody Jackson and JD Foster (Green on Red, Richmond Fontaine), ma non lasciatevi ingannare, il piatto forte dell’album rimane la musica dei nostri che non sfigurano affatto a fianco a tali nomi. Per questo album la band è formata da Antonio Gramentieri, Francesco Giampaoli, Christian Ravaglioli, Diego Sapignoli, Enrico Mao Bocchini e Denis Valentini. Sacri Cuori hanno trovato il proprio sound da qualche parte tra Ennio Morricone, Nino Rota, Piero Piccioni, Calexico, Ry Cooder e Tom Waits. Pensate ad una colonna sonora Spaghetti Western intrisa di sudaticcio desert rock con un po’ di Nancy and Lee buttati dentro al miscuglio. “Rosario” è stato registrato tra l’Italia, la Virginia e Los Angeles e prova che le differenti culture s’innamorano e s’intrecciano proprio come gli essere umani, e che più lontano ti spingi con i tuoi viaggi più sei vicino al tuo cuore ed alla tua anima.” Discoclub65

“Il cuore è da sempre considerato una macchina pressoché perfetta, e pertanto se, come in questo caso, i cuori in questione sono più d’uno e posseggono caratteristiche “sacre”, non possiamo che trovarci di fronte alla più pura perfezione. “Rosario”, secondo album a nome Sacri Cuori, è proprio questo, un piccolo capolavoro in musica, partorito da un gruppo che, partendo dalla natia Romagna, ha saputo con sudore, bravura e professionalità, ritagliarsi il proprio spazio nel panorama musicale internazionale.
Basta solamente dare un’occhiata al loro ricco curriculum sonoro, che vanta presenze come backing band al fianco, solo per citarne alcuni, di artisti del calibro di Dan Stuart, Hugo Race e Robyn Hitchcock, senza poi dimenticare la fitta schiera di prestigiosi ospiti presenti tra i solchi dello splendido esordio “Douglas and Dawn”. Ospiti che fanno bella mostra di sè anche in “Rosario”, tra i quali non si possono non citare autentici giganti della batteria come Jim Keltner e John Convertino, o la sempre magnifica Isobel Campbell.
Il merito dell’ottima fattura dell’opera spetta tuttavia in primis agli stessi Sacri Cuori, capaci in soli due album di forgiare una formula sonora in grado di fondere arcaici ricordi della propria terra d’origine, atmosfere care al mai troppo compianto Nino Rota, e rimandi al desert rock marchiato Calexico. Proprio quest’ultimo impregnava le atmosfere del precedente “Douglas and Dawn” e anche in quest’occasione il combo romagnolo pare guardare proprio all’opera del combo di Tucson, come ben si evince in brani quali Sundown e Sei dove, vuoi per la presenza dietro ai tamburi proprio di Convertino, si fanno più forti i richiami al sabbioso deserto dell’Arizona. Una proposta quella dei Sacri Cuori che, per la sua natura immaginifica e prevalentemente strumentale, sarebbe ideale colonna sonora di un ipotetico lungometraggio girato tra un set felliniano e la frontiera americana.
Un suono che trae la propria linfa vitale dalla chitarra, in bilico tra psichedelia e blues, di Antonio Gramentieri, vero e proprio fulcro sonoro intorno al quale ruota l’intero universo Sacri Cuori.
Un album, “Rosario”, colmo di magia sonora, ad opera di una delle più belle e solide realtà del panorama musicale nostrano e non.”
Marco Poggio – Extra! Music Magazine

“Maybe i’m… nasce nel 2007 come un progetto solista. Nasce semplicemente perché i tempi della plastica stanno per finire, si sente nell’aria, e le rotondità appaiono sempre più mostruose e far apparire il mondo come una superficie perfettamente levigata è stato un inganno bello finché è durato. Maybe i’m… registra una demo, “Satan’s holding a little room for me…”, la fa ascoltare agli amici della Recycled Music e loro decidono di farla ascoltare ad altre persone pubblicandola. Ottime recensioni, bei concerti (tra cui alcune date con Duke Garwood e Dirty Trainload), delle interviste, la partecipazione alla compilation natalizia della Lepers Produtcions di Bari. Nel 2009 iniziano le registrazioni di “We must stop you”.Si cerca di scarnificare e di ridurre all’osso, di scavare in profondità mentre intorno scorre via un anno che lascia molte cicatrici. Nella primavera del 2010 “We must stop you” vede la luce: è un disco denso, fatto di fibre che si intrecciano, mascelle che si serrano, pugni che esplodono. E’ un disco nervoso, perché se qualcuno ci minaccia noi non ci tiriamo indietro.” Maybe I’m.

Homeless Ginga – Maybe I’m – Jestrai records
“Sembra di uscire dal Bel Paese, e prendere una boccata d’aria, di quell’ossigeno di una trentina e anche più di anni fa, dalle parti di una no-wave – o art-punk – che cambiò le sorti del monolite rock.
Così l’apertura marziale “Third Lemma” motteggia sagacemente Pere Ubu e le anarchiche pantomime del più smagliante David Thomas, nella misura in cui la ricerca vintage della seguente “Song of the three lands” – stomp-blues d’estrazione harsh, pare uscita dalla penna venefica di Captain Beefheart e la sua crew di guasconi ammazza-hippie.
Il duo, che negli anni ha allargato la sua sfera includendo altri musicisti, dimostra straordinaria dimestichezza nella destrutturazione dei codici e attitudine parsimoniosa al recupero di materiali di scarto, nobilitati secondo tradizione (splendido in tal senso, il country-folk di “O My Rope”).
Disarticolato yankee-blues per chitarra/batteria/voce, l’osso spinale della titletrack, dove a coniugare gli Oliver Onions a un altro duo di scarna estrazione, gli americani The Double, ci sta tutta una rilettura ironica e godereccia di materiali iconici stratificati lungo mezzo secolo di R’n’R. E ci sono dentro pure i Teenage Jesus & The Jerks e The Contorsions.
Se qualcuno è alla ricerca della “nuova sensazione”, eccola. In classe Superior.” Rockit

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