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Diaframma live

  • Date:2012-03-24
  • Time:21:00
  • Location: MumbleRumble, Salerno
  •  Info

Unica data in Campania




Un garage a livello di strada. Ben tenuto, pulito, accogliente, ma un cazzo di garage a livello di strada. Cioè, le saracinesche accanto erano autorimesse, al piano di sopra c’era l’appartamento di una famiglia. E sopra quello, incasellati uno sull’altro, gli appartamenti di altre famiglie. C’erano luci accese in saloni, bagni e camere da letto, segnali di una vita quotidiana in pieno svolgimento sopra di noi. Un po’ più in là, un bar che potrebbe esistere solo lì, con le pareti viola e i complementi d’arredo color magenta, la titolare fuori forma e poca scelta di alcol. Come al solito, il branco di venti/trenta persone di tutte le età comprese tra i 15 e i 50, rappresentanti di quasi tutte le estrazioni sociali e modaiole. Sarebbero aumentate verso le duecento unità progressivamente col passare del tempo. Fa ridere pensare che ci sia il tizio supernormale, in jeans, camicia e cardigan e gli inevitabili occhialini spruzzati di forfora, insieme alle darkettone e a quegli strani esseri detti hipsters che effettivamente se la menano parlando di David Foster Wallace. Mi vengono in mente I Cani (la band) ma non è questo il momento.

Siamo a Pastena, rione di Salerno, in via Loria al Mumble Rumble, circolo suggerito perché sa davvero di indie, collocato com’è in una periferia a luce gialla, tanto anonima quanto meritevole di un posto così. E’ il tipico circolo fai da te, probabilmente gestito da amanti della musica live di un certo tipo. Nessuna parvenza di locale canonico. L’affresco di Hendrix nella sala del concerto parla chiaro e ti dice che lì si uniscono la sana e banale idolatria di provincia, alla voglia di evadere sul serio.
Non ci sono andato da solo. Federico Fiumani non lo sa ma da ieri sera può ricontare tra le fila dei suoi seguaci due miei amici che, a differenza di me, nel ’77 c’erano e il periodo della new wave italiana se lo sono goduto in pieno. Di mio ci ho messo l’auto, un giro di sgranchimento per la bellissima città di Salerno condito da diversi pit stop alcolici e basta. Il resto l’ha fatto l’uomo di Osimo, fiorentino di adozione, sfoderando una prestazione pienamente convincente, nonostante le fatiche della serata precedente a Napoli.
Ritorno, senza seguire un filo logico, fuori dal Mumble Rumble perché non mi va di far iniziare il concerto. Ci sono altri ricordi di ieri che hanno precedenza. Sì, perché mi sono scoperto particolarmente emozionato. La temperatura gradevolissima, il vociare melodico dei presenti, il volume del parlato che sia alzava di pari passo con l’aumentare del tasso alcolico, il colore di una notte scura irradiata di arancio e giallo artificiali. Qualche gatto randagio mal messo. I miei due amici che non avevano contatti con la new wave da diversi anni. La loro diffidenza. Qualche tiro della migliore erba degli ultimi anni. Le mie difficoltà personali, la parte di me che le addomestica facendole restare sub limen. La necessità di una scossa forte che solo un concerto dei Diaframma può darmi (nell’ultimo anno ne ho visti circa 8 in giro per tutta la penisola, si vede che ne avevo proprio bisogno). Il bisogno di sciogliere la tensione per farla diventare altro, o meglio, per vedere se poi sotto c’è la carica. La necessità, in via definitiva, di fuggire dalla realtà.
Entrando dentro per il sopralluogo strategico di sala, pensavo che dal vivo sicuramente non avrei sentito né “Il futuro sorride a quelli come noi”, né “Ridendo” che pare non siano annoverate tra la cinquantina di brani che il gruppo prova in vista dei concerti. Se avessi davanti Fiumani, pensavo, gli chiederei di parlarmi di quella Sardegna lì, quella di “Ridendo”: vorrei sapere cosa è successo a Cagliari e, ancor di più, a Sassari. Quali mirabolanti avventure interiori hai vissuto lì? Sono certo che somiglino alle mie. Quante interviste del cazzo ti fanno, sempre con le solite domande, sempre con il solito tono. Anche tu lì sembri sempre lo stesso. Nessuno capace di far venire fuori quello che brinda coi demoni.
Questi pensieri vengono interrotti dall’annuncio dei miei due amici che mi strappano dalla mia sospensione sul vuoto con un annuncio a denti stretti: “Sta arrivando Fiumani”. Lui è lì, come al solito attraversa deciso e con lo sguardo torvo la sala. So che se gli dai a parlare diventa subito cordiale ma stavolta sono troppo sovrappensiero. Lo osservo dare una indicazione precisa ai tecnici e poi ritornare indietro e sparire nella porticina in fondo al palco.
Penso che si sta per iniziare ed infatti la sala si riempie velocemente e questa volta mi sento partecipe dello spirito d’attesa condiviso collettivamente. Il tempo di dare fondo ad una birra che uno dei due mi ha allungato e la formazione è composta sul palco: Fiumani (voce e chitarra), Luca Cantasano (basso), Lorenzo Moretto (batteria). Ovviamente mi attendo l’apripista “Siberia” e così è. La chitarra sibila i suoi suoni, basso e batteria si aggregano. Appena si entra nel vivo del brano, però, si interrompe tutto. Fiumani smadonna con i tecnici delle luci perché il palco è praticamente buio. A luci accese tutto riparte e si sente dalla successiva “Gennaio” che l’onda è quella giusta. La base ritmica garantita dai due musicisti che affiancano il leader è come al solito solida e ben strutturata. Forse è proprio da Fiumani che non sai bene cosa attenderti. Ieri sera mi ha sorpreso per la carica e per la voglia di non risparmiarsi mai. E’ sempre così ma ieri lo era di più. La certezza che tutto si stia incanalando sui binari giusti si ha con “L’odore delle rose” ed “Elena“. Il concerto è ormai segnato, il pubblico partecipa attivo, Fiumani è divertito da una ragazzina che lo ascolta ad occhi chiusi appoggiata ad un amplificatore, i più giovani schizzano nel poco spazio a disposizione ma, come al solito, è la vecchia guardia che porta le emozioni più grandi dentro: i miei due amici, rimasti fermi ai tempi di “Boxe” / “Gennaio” / “In perfetta solitudine“, sono a bocca aperta nonostante la loro esperienza trentennale di concerti di un certo tipo.
Il suono è davvero ottimo, sarà che sono più sensibile del solito, ma la chitarra suona davvero bene e la performance di Fiumani sul palco è aggressiva e di gran qualità: un’ottima impostazione vocale, ottima la gestione delle situazioni critiche, immane la carica sputata sul pubblico attraverso urla spastiche ed epilettichein diversi frangenti del concerto. Godo dentro su quelle rovesciate in forma bestiale sulle note di “Madre superiora“. Non posso fare a meno di pensare che questo è rock, e che me ne frega un cazzo se Elvis sapeva anche cantartelo. Io preferisco questo sghembo, sudato e sognante. E mi piace l’ambiente, adoro il luogo: tutto lavora per costruire la cornice ideale in cui si va ad incastonare il pezzo pregiato, Fiumani, che vive – credendoci – nei panni del perfect loser che sguazza perfettamente a suo agio nel perfetto scantinato di provincia. Lui è il re qui. In certi momenti, e per certi versi, mi viene in mente Cobain in salsa nostrana. Sulla cresta dell’onda di questa carica che riceve solo applausi ed approvazioni, il concerto va avanti affrontando i principali brani dell’ultimo album – non c’è spazio per “Carta carbone”, però –  per poi ritornare sui classici dopo la meravigliosa “Grande come l’oceano“: per i miei amici è il primo ascolto e devo dire che “gli anni verdi di orgogliosa solitudine” e “la camicia gialla con la svastica da punk originale” sortiscono il loro effetto Cupido immediato. Mentre loro due ritornano giovani io mi faccio rapire dalla domanda “chissà se sarò mai un uomo un giorno, chissà se lo diventerò?“. A questo punto mi pare chiaro che si fosse fatto il momento per innaffiare la cena in fase di digestione nello stomaco con altra birra, e di rifumarci su. Tra le varie, come al solito resto ad ascoltare “Caldo” e “Verde“, in religiosa autoflagellazione interiore, così come avrei ascoltato il reading fatto di persona da Giacomo Leopardi di uno qualsiasi dei suoi componimenti. Si va forte su “Diamante grezzo“, evidentemente il brano che Fiumani preferisce suonare dal vivo per la risposta entusiastica del pubblico di tutta la penisola, e “I giorni dell’ira” letteralmente reclamata dai più giovani. Si alleggerisce con “Io amo lei” e si partecipa tutti sui testi impertinenti di “Io sto con te (ma amo un’altra)” e “L’orgia“. Tra i tanti brani proposti in un caldo asfissiante e in un puzzo di fumo e condensa di sudore, si fanno spazio tra tutti i presenti – e soprattutto nel mio cuore – le parole di “Un giorno balordo”. Rispetto a due settimane fa a Roma, la scaletta è più varia e pesca da più album. Al Jailbreak, dopo una prima parte quasi totalmente incentrata sull’ultimo album, il concerto mirò dritto verso i primi tre album e “Anni Luce”, concedendo poco spazio al resto. Va sempre bene, è sempre un gran bell’ascoltare. Ogni volta che mi ritrovo quei tre davanti penso di avere una sorta di dono dell’ubiquità interiore: è come se stessi in compagnia del mio scrittore preferito, mentre il mio gruppo preferito suona altrove, e mentre in fondo io mi guardo in uno specchio sperso chissà in quale meandro di me. E’ un bell’effetto, a volte ti porta con la testa in posti che non ci sono, dove sei il coinquilino di te stesso, altre volte richiede la tua presenza sul posto. Siamo di nuovo fuori, pensiamo che tutto sia finito ed invece no. Come in un film, siamo sul marciapiedi di fronte e all’improvviso sentiamo ripartire “Siberia” seguita da altri brani. E’, forse, il momento migliore della serata. Camminare in una strada spersa di Salerno mentre senti Siberia suonata dal vivo, ovattata dalle pareti, senza vedere il gruppo. Ridiamo felici e soddisfatti.
Chiudo così: “L’ultima volta che ho visto i Diaframma dal vivo c’era Sassolini. Non sono venuto con i pregiudizi ma temevo di trovarmi davanti un pagliaccio, una copia sbiadita di un ricordo, qualcosa di ridicolo. E invece Fiumani ci crede, si prende sul serio (a discapito del titolo dell’ultimo album, ndr), è credibile perché ha sempre fatto quello che gli ha detto la testa,in fin dei conti, e riesce a sdrammatizzare sul palco, anche dopo aver mantenuto un temibile sguardo torvo per diversi minuti. In tutto questo gli darei un consiglio: cazzo, e usalo il diaframma (!) quando canti. Ma forse no, cosa gli si può insegnare. Quello urla così perché per lui è così. Cazzo, anche per me è così! E forse se ne frega se una frase ci sta stretta perché, mi pare evidente, per lui quella è. Ma quant’è bella “Grande come l’oceano”! Me lo presti il disco nuovo?“. “No, compratelo“. Ha suonato in un cazzo di garage. Niente di nuovo, forse. Niente di seriodi sicuro. [Recensione scritta da Core-a-core]

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